Un esploratore ripercorre nel 2004 il viaggio del Gengis Khan attraverso la steppa, dalla Mongolia all’Ungheria, affrontando ladri di cavalli e di cani, malattie (sue e degli animali), fame, problemi all’attrezzatura, cattivo tempo e lupi.
Gli ululati notturni spaventavano
i cavalli e senza loro era morte certa. Gli antichi si facevano seppellire con
i loro animali. Nella steppa gli animali salvano le persone, e quindi queste
sperano lo facciano anche nell’aldilà.
Mi vedo coricata accoccolata in
una fossa nel terreno a fianco a un cavallo, il mio cavallo. Siamo lì insieme.
Siamo morti insieme, come non si sa. Non di una morte violenta, spero. La
presenza dell’animale mi è di grande consolazione. Non è un animale domestico, è
il compagno di lavoro, di viaggi e avventure. Respiro affannoso, fatica e
sudore.
Non so perché siamo lì, in quella
fossa. Io non ho un cavallo, ma questa immagine evocata da un libro mi fa star
bene.
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