venerdì 23 marzo 2012

Il ragazzo che guardava passare i treni



I ragazzo guardava passare i treni per ore. Era lì al mattino presto, e il pomeriggio dopo la scuola. Era un passatempo insolito, e la gente che transitava ogni giorno alla stessa ora trovava sciocca questa abitudine. Il ragazzo doveva essere poco sveglio. Oltre che pigro. Ma si sa la gente che sale e scende dai treni ha fretta, insegue orari di lavoro o divertimenti o famiglie o amori, c’è sempre qualcuno ad attendere… e poi si abitua…e non fa più molto caso al ragazzo strano. I ferrovieri trovavano  ormai normale la sua presenza,  non facevano più caso a lui. Stava lì da sempre, era il suo posto, tutto normale.
Lui non guardava la gente, guardava i treni. Chissà che ci trovava. Sono tutti uguali i treni. Strano ragazzo davvero.  Non parlava con nessuno e nessuno lo cercava.
Niente lo distoglieva dai suoi treni, non c’era la realtà. Ma guarda se ha senso sognare osservando un treno. E poi se almeno si fosse messo a sognare  una fuga, un viaggio, magari alla rincorsa di un amore, o alla ricerca di soldi o fortuna,  insomma, di una storia qualunque. Era il treno il suo sogno.  Io sui treni ci sto da una vita e proprio non capisco cosa potesse trovarci. Prodotto di una tecnica imperfetta e rudimentale, ma  ai suoi occhi sfida ardita contro spazi sconfinati: l’eroismo della velocità conquistata con pochi mezzi.  Umiltà e coraggio. Sudore e vapore.
Quando succedeva qualcosa di insolito in stazione, lui era lì. Per forza, era sempre lì. C’era quando un uomo si è buttato sotto il treno. Chissà perché la gente sceglie di morire sotto i treni, ce ne saranno di modi.  Quando c’erano i manifestanti sui binari e il traffico è rimasto fermo per un giorno. Liti, traffici loschi… le stazioni sono così. E la polizia gli chiedeva, ma di solito lui diceva di non aver  fatto caso... La polizia capiva e lo lasciava stare.
Poi è successo che un giorno passando sul primo binario…non c’era più. Abbiamo pensato che non poteva essere: c’era qualcosa che non andava, non era mai successo. Forse qualcosa di grave, un incidente o una malattia. Avremmo voluto cercare, chiedere…  C i siamo accorti allora che il ragazzo era uno sconosciuto, e non avremmo saputo come cercare sue notizie. Poi si sa la gente è distratta, e ha fretta, sale veloce e va. Così ci siamo dimenticati presto, ed era come se il ragazzo non ci fosse mai stato.
Ogni giorno passo davanti alla panchina, quella del ragazzo, e gli occhi si posano lì con gesto automatico. E’ quasi sempre vuota. E salgo su treni che sono il mio lavoro. Treni sudici, sempre in ritardo, gente arrabbiata. Così quasi ogni giorno. Ma oggi è successo qualcosa di speciale. Il mio sguardo automatico ha trovato un ragazzo sulla panchina del binario uno: no, non quel ragazzo che ormai sarà un uomo, e non un passante che stava per mettersi in viaggio per lavoro, amore o altro..
Era, come quell’altro, un ragazzo che guardava passare i treni. Ed ero felice divederlo lì. Vi dirò che mi sono un po’ emozionato. L’ho osservato a sua insaputa e non ci siamo neppure parlati. E non capisco perché mi debba colpire tanto la sua presenza. Forse invecchiare mi ha intenerito il cuore: mi sembra che il mondo sia migliore se c’è quel ragazzo seduto al primo binario che guarda passare i treni. E sogna.   

Ginocchia sbucciate


Ginocchia sbucciate: questo è il ricordo della mia infanzia.
Mio padre veniva a prendermi all’asilo, quando avevo mal di pancia, con la bicicletta, e mi caricava sulla canna. Anche se stavo male, mi piaceva che venisse lui a prendermi, e non la mamma, e che mi caricasse sulla bici. Mi diceva attenta, non mettere i piedi fra i raggi. Cadevamo, ogni volta, ogni mal di pancia... Ginocchia sbucciate. Piangevo. Usciva una donna da una porta, a chiedere se avevamo bisogno. E’ rimasto un bel ricordo, nonostante il mal di pancia e le ginocchia ammaccate.
Patapam.
Cado, mi rialzo. E non imparo mai. I piedi finiscono fra i raggi, ogni volta…
Patapam. Canzone sorprendentemente bella di baglioni,  mai sentita sinora, trovata per caso su facebook.
Ho pochi ricordi di mio padre. È morto che avevo vent’anni, un giorno che ero al lavoro, lavoravo da pochi mesi. Nessuno ha avuto il coraggio di telefonarmi.
Ho pochi ricordi. Era alto, magro, sempre scuro di pelle, per me molto bello, non per me,  molto bello e  basta. Ho ancora una fototessera nella patente, è lì da più di trent’anni.
Parlava poco.
Ricordo che un giorno eravamo nell’orto. Mia madre mi sgridava per qualcosa che avevo combinato. Lui mi portava via per mano e sorrideva, come dire non farci caso, un sorriso come una scrollata di spalle… e  io dal basso lo guardavo…io così piccola, lui così grande
È così strano essere stata la bambina di qualcuno.
Patapam.


venerdì 16 marzo 2012

La casa in collina



"La casa in collina: villette sparse in mezzo al verde di queste dolci colline del monferrato. Sole, cielo, prati, fiori, natura…”
Lo sguardo domina la valle.
L’immagine del nuovo centro residenziale è rappresentata nell’enorme cartello, otto metri per cinque, che taglia il cielo azzurro in una giornata di sole primaverile.
L’autista e gli operai, dopo aver aspettato per mezz’ora l’arrivo dell’ingegnere, iniziano il lavoro. D’altronde la sua presenza non è indispensabile.
La betoniera inizia a versare il cemento nella fossa, gettando le fondamenta del nuovo grande centro residenziale.

Maria fa la commessa in pasticceria. Ed è l’attività giusta per lei, ama quel lavoro e quella vita. Maria è carina e dolce, pelle chiara e trasparente, viso tondo, guance rosate, labbra a cuore. Sembra un pasticcino, panna e fragola.
Nonostante sia così graziosa, è stata sola a lungo; questo perché lavorava molto e non ha mai avuto molto tempo per uscire; poi non amava i passatempi dei giovani di oggi, discoteche e locali…Ma forse non le è mancato il tempo…la verità è che è vissuta a lungo nel ricordo della sua famiglia, della sua infanzia. No, vivere nel ricordo non era affatto cosa triste per lei: una bella famiglia, una infanzia felice, in campagna, circondata dalla natura, dai fiori…
Quanti fiori nella sua infanzia, la sua infanzia nella casa in collina…
La casa si trovava proprio in cima alla collina, a due chilometri dal paese. Era una casa di campagna, una specie di cascinotto. Da una parte il cortile, dall’altra l’orto, e tutt’intorno un grande prato. Ci si arrivava da una stradina sterrata. La proprietà era delimitata sul davanti da una rete metallica, a cui si aggrappava una rosa rampicante di colore rosso vivo.
Maria era affezionata a questa casa, e in particolare alla rosa. L’aveva piantata la mamma quando lei era bambina. Era lì da sempre. Aveva resistito al rigore degli inverni e all’arsura delle estati, regalando puntualmente ogni anno a maggio una enorme nuvola di fiori resistenti  e di un rosso vivo. Quella era la pianta preferita dalla mamma, anche se c’erano rose più profumate e dai colori più delicati. Pensava che quella rosa contenesse l’anima della mamma.     
            I fiori della sua infanzia in realtà non erano le rose, erano le dalie. Fiori fuori moda…non si vedono nei giardini delle villette a schiera. Colori splendenti.. giallo arancione rosso porpora rosa fucsia viola…fiori certo non dei più raffinati…tanti soli spendenti sparati verso il cielo. Tutte le domeniche mattina la mamma le faceva recidere le dalie perché lei le portasse al campo santo. Un rito che si ripeteva sempre uguale. Fiori fuori moda per un’abitudine desueta. Non altri fiori, solo dalie, chissà perché. Così poco adatte al camposanto, con qui colori così violenti.  Lei tagliava i gambi della lunghezza giusta, componeva un bel mazzo, combinando ad arte i colori, e avvolgeva i fiori in carta di giornale, e si avviava verso il camposanto. Ogni domenica, finchè era viva la mamma.
Finchè era viva, mai una tomba senza un fiore.
Queste abitudini si perdono. Ora il campo santo prende colore solo a novembre. In ossequio ad un rito, fiori convenzionali, colori ordinari.
Solo dalie, mai rose. Ma forse il motivo si capisce, le rose sono i fiori di maggio, la stagione degli amori, non certo adatti al camposanto.
Maria non vive più lì, sta in città. Ma quando può torna ad annusare le rose di casa sua, poco profumate per la verità – le rose rampicanti non hanno profumo - e a passeggiare nell’erba; in casa guarda il calendario di dieci anni fa’,  con gli appunti sulla semina, il crocifisso, la foto dei nonni; sfoglia il quaderno con le ricette, scritte con la calligrafia regolare di chi non ha finito il ciclo elementare; apre i cassetti della cucina, pieni di strofinacci ricavati da vecchie tovaglie - ne servivano tanti per le conserve e la frutta sciroppata - . Nella casa tutto parla della mamma: le tende ricamate, i piatti riposti in un ordine sempre uguale, i soprammobili. Sicuramente, aprendo la credenza, avrebbe trovato l’ultimo lavoro a maglia a cui lei si dedicava al mattino presto, dopo aver acceso la stufa a legna, quando tutti erano ancora al caldo sotto le coperte. E il tavolo di marmo, sembrava ancora sporco di farina, dall’ultima domenica in cui, come ogni domenica,  aveva preparato a mano la pasta.  
Maria ha vissuto a lungo di ricordi. Ma ora non più, non è più sola: il cliente distinto, di mezz’età, che viene in pasticceria ogni domenica mattina, l’ingegnere, l’ha notata. La gentilezza, la finezza e il sorriso di Maria non passano inosservati. Ma è tanto riservata, pochi si fanno avanti. Lui ha avuto coraggio e intraprendenza, l’ha corteggiata. E ora capita spesso di vederli sulla passeggiata o al bar, nel giorni di riposo di Maria. Lui è un uomo importante, ricco. Maria è contenta, non perché sia interessata alle sue ricchezze, ma perché si sente protetta e al sicuro vicino ad un uomo arrivato.  Chi li vede mano nella mano si compiace di tanto amore.
Maria torna ormai di rado alla casa in collina. In occasione dell’ultima visita ha trovato dei bollettini di tasse arretrate da pagare. Lui si è offerto di aiutarla, come d’altronde è naturale che un uomo innamorato faccia: avrebbe provveduto a pagare, ma non solo, avrebbe fatto ben di più: le ha proposto di conferire l’immobile – la casa sulla collina – ad una sua società immobiliare, per risolvere i problemi finanziari del momento e prevenire quelli che si eventualmente si sarebbero presentati. Per dimostrarsi disinteressato, le ha intestato una procura a vendere. Le ha spiegato che questo documento garantiva che solo lei - e nessun altro – avrebbe potuto vendere la casa.  
La procura è stata riposta al sicuro in un cassetto del mobile dell’ingresso, a casa di lei; almeno lei avrebbe giurato di averla messa proprio lì.
Un anno dopo della casa sulla collina non c’è quasi più nulla, solo qualche  muro divelto. Resiste il capanno degli attrezzi, ancora appesi alla parete dove li aveva riposti il padre anni fa’: ci sono ancora zappe, rastrelli, falci, forbicioni, accette, insomma tutto ciò che serve per lavorare l’orto e il giardino.     
C’è una ruspa sull’orlo di una grande buca. Al posto della rosa rampicante l’ enorme cartello “La casa in collina, centro residenziale”.
Maria l’aveva pregato il giorno prima di accompagnarla lì, per vedere l’ultima volta la casa, o meglio quel che ne restava. Erano rimasti qualche minuto insieme, per l’ultima volta  insieme soli, sul bordo scivoloso della buca.

Gli operai hanno ormai finito, se ne vanno. Salendo sul camion, calpestano quei   fiori volgari dai colori accesi,  abbandonati tra il fango. Non capiscono  come possano essere giunti fin lì.
L’ingegnere non si sarebbe presentato in cantiere quel giorno, né il giorno dopo, anzi nessuno l’avrebbe più visto. Qualcuno parlava in paese di nuovi affari immobiliari in sud america,  qualcuno di una giovane straniera.

Maria continua a vendere pasticcini, sempre sorridente...solo i capelli sono un po’ più chiari, per via di qualche filo bianco. Potete incontrare il suo sorriso, dolce e senza tempo,  attraverso la vetrina di via del corso.
            

Il funerale



E’ stato un gran bel funerale.
Si dice sempre, come per dire che è stata una gran bella festa. E’ un paradosso, fa un po’ ridere. Ma questo di oggi è stato davvero un gran bel funerale. Ora spiego: c’era tanta gente, non solo, era bella gente: c’erano un sacco di colleghi - gli uffici della banca devono essere rimasti chiusi per l’occasione, come nelle feste nazionali -, poi cerano i  pochi parenti;  i vicini di casa e gli amici - non numerosi ma partecipati e affranti -; non potevano mancare “gli amici dei cani”, cioè i frequentatori del parco, padroni dei cani amici di Luna; alcuni  si erano presentati con i loro amici a quattro zampe, che avevano per brevi momenti manifestato la loro vicinanza al defunto - dimostrando una sensibilità anche superiore agli umani - abbaiando con toni sommessi e uggiolando. Le inconsuete manifestazioni di affetto sono state tollerate e  anzi apprezzate dai padroni. E anche dal defunto, cioè dalla defunta, cioè da me..  
Sì, sto parlando del mio funerale.
Dicevo gran bella festa perché finalmente ero al centro dell’attenzione, solo io, per un’ora. In una chiesa gremita. A saperlo morivo prima…e quanti apprezzamenti…Gli amici si prodigavano nei complimenti di rito,  i colleghi elogiavano la mia efficienza; non vi dico com’era affranto il direttore, che non sapeva come colmare il buco del conto economico dopo la mia prematura dipartita (prematura non per via dell’età - avevo  ben 48 anni al momento del trapasso – ma rispetto alla chiusura dell’esercizio); la mia vicina di scrivania, stanca dei miei pettegolezzi e delle mia vanteria, si è sorpresa a pensare che finalmente ci sarebbe stato un po’ di quiete, e pentita aveva subito recitato cinque ave maria; per darsi un tono tormentava con le mani un inutile fazzoletto, perfettamente asciutto.
Vi chiederete: gli uomini del passato si sono visti alla cerimonia?
L’ex marito sì, dietro insistenze dalla figlia, l’ultimo fidanzato no….e questo pensiero mi disturba ancor oggi molto…perché da tempo avevo dato disposizione alla ragazza perché lo cacciasse platealmente dalla chiesa a calci nel sedere…e questo non si è presentato…ma i manifesti funebrui li hanno messi in tutta la città o no? Sarà che non facevo parte della buona società…
Ora tutto è finito, se ne sono andati tutti, la chiesa si è svuotata. Anche Luna se ne è andata, seguendo da vicino la bara.
Ma forse c’è ancora qualcuno là in fondo, in penombra.
Quel tipo con la giacca senza cravatta, che sembra così triste, chi è? Ha un fiore tra le mani. Una rosa bianca. E’ per me? E che fa ora? Piange? Per me?

Comunque bisognerebbe raccontare la storia con un certo ordine.
Certo, perché prima del funerale c’è stato un morto. E prima c’è stata una storia…
Allora torniamo indietro. La mia morte è cosa di tre giorni fa’. E si è trattato di una vicenda tragica e inquiteante.

Tutto iniziò, assai banalmente, con un mutuo.
Io mi vantavo all’epoca dei fatti di essere una grande venditrice, nel mio settore, se non la migliore in assoluto. Vendevo mutui, in una piccola banca. Non accettavo l’insuccesso: i mutui erano tutti miei. E non era per diligenza, per fedeltà all’azienda o per interesse, era una questione di principio: ero la migliore e basta. 
Erano tempi duri, tra un terremoto, una guerra e una crisi politica internazionale la depressione dilagava, e non si compravano più case. E non si facevano più mutui. Ma inaspettatamente una buona operazione si prospettò circa un mese fa’. Il candidato mutuatario era persona assai poco cordiale e simpatica, ma magnanimamente lo degnai di qualche sorriso, e lo inondai di illuminanti spiegazioni su euribor, spread, cap, inflazione, e su tutte le disgrazie mondiali presenti e future con cui strumentalmente infarcivo qualsiasi tipo di operazione finanziaria, calamità che rendevano indispensabile quel particolare tipo di mutuo che avevamo solo noi sulla piazza. Il tipo non si fece più vivo per qualche settimana; arrivò invece un assegno, congrua caparra per la casa. Lo contattai allora con l’astuta scusa di un aggiornamento sulle condizioni di mercato, il cliente si presentò con un prospetto recante le condizioni della berry’s, che con voluta nonchalance mi fece scivolare dinnanzi. Come vidi il logo blu mi andò il sangue alla testa. Sicuramente arrossii. -  Bianchi, di nuovo tu! Ma non ce la farai neppure questa volta.
-          Bene, si è fatto fare un altro preventivo, è sempre opportuno un confronto…- sorriso,  con tutta l’ipocrisia del caso.
-          Sì, vede qui, il due per cento – e un sorriso perfido accompagnava la risposta
-          due per cento? Bene, ma questo non è un preventivo, il piano di ammortamento dov’è? Poi, tutto scritto a mano…Non è conforme al codice europeo…
-          Sì ha ragione, è un prospetto alla buona, ma è un due per cento, e la rata è di 620 euro, la vostra è di 680.
-          Guardi, senza piano di ammortamento non posso fare confronti, come posso fare ipotesi su come si ammortizza il capitale nel tempo…- in realtà sapevo bene che il due per cento era un due per cento, non c’erano scuse..
-          A me interessa la rata …
Con esibizioni da acrobata ho cercato di confrontare la rata dell’ammortamento cervellotico inventato da qualche psicopatico raccomandato dell’ufficio studi della mia banca con un ammortamento francese, nella sua illuminata linearità.
-          La rata è più bassa…
E io vedevo chiaramente che questo si compiaceva del mio insuccesso e del mio imbarazzo: mi chiamò più volte dottoressa Rossi, ponendo l’accento su “dottoressa” con compiacenza. Geometra diplomato con 36 in una oscura scuola privata. E poi si è appena separato, è lei che l’ha mollato, così lui ce l’ha con tutte le donne.  
-          Ma non potete proprio fare queste condizioni?
-          Non possiamo – e lui gongola.
-          Dovrò poi estinguere il conto.
-          Le farà firmare lo stampato il ragioniere della berry’s. - sì, credi che ti preghi di restare… - arrivederci, anzi no, mi sa che non ci rivedremo…
-          Ma lei lo conosce il ragionier Bianchi?
-          No, non conosco impiegati della berry’s. Perché dovrei?
Invece lo conoscevo, lo conoscevo bene il ragionier Bianchi.
Da quando avevano montato le insegne azzurre, che orribilmente deturpavano la facciata di un palazzo antico sul viale, a poche centinaia di metri dal mio ufficio, osservavo l’interno, cercando di non dare nell’occhio, mentre portavo Luna a fare il giretto del mattino. E le avevo dato l’abitudine di fare pipì proprio davanti all’ingresso. Bianchi l’avevo visto qualche volta dalla vetrina, e per lungo tempo mi sono compiaciuta del fatto che gli uffici fossero deserti. Finchè qualcosa cambiò: forse convenzioni con le agenzie, promozioni, pubblicità. Cominciai a  fare sempre meno vendite, e dopo un po’ di tempo capii…Altro che tzunami e gheddafi, era Bianchi che si portava via i miei mutui.
Dopo l’ultimo insuccesso scopo della mia vita divenne la lotta aperta a Bianchi. Avrei combattuto con ogni mezzo quel losco figuro, e la sua indebita invasione del mio territorio. Ne andava della mia dignità di venditrice. Perché un venditore è tale nell’animo, e non può veder leso un tratto  essenziale della propria identità. Ne va dell’integrità del suo io…
Al mattino seguivo gli spostamenti del mio uomo, portando fuori luna. I primi giorni l’avevo visto in giacca e cravatta, poi aveva cominciato vestirsi sportivo. Non era uno di quei tipi infighettati, finto abbronzati…era uno normale, persin simpatico. E questo mi dava  assai fastidio. Avrei preferito odiare uno dall’aria rampante e in carriera, uno di questi insopportabili giovani arroganti, vanesi e ambiziosi, quanti ne avevo visti nel mio ambiente…No, glielo leggevo in faccia, con 25 anni di banca avevo  acquisito un po’ di intuito: era uno giusto, uno regolare, magari corretto e gentile   Pur essendo inverno arrivava in bicicletta, col berretto in testa e la sciarpa tirata su fin sul naso. Lo incontravo a volte all’edicola,  prendeva il ventiquattrore e il quotidiano – lo stesso che prendevo io - ; a volte lo incrociavo mentre  usciva dalla panetteria con la focaccia. Mi dovevo impegnare ad odiare uno che veniva a lavorare in bici e non in suv, che leggeva il mio stesso quotidiano e comprava la focaccia al mattino. Chissà, magari aveva anche lui un cane. Ma in guerra non c’è spazio per romanticismi.  Dato che ci vedevamo ormai tutte le mattine, lui, incontrando il mio sguardo, accennava ad un sorriso e ad un saluto, ma io prontamente distoglievo lo sguardo, decisa a non cedere…Non avrei mai degnato di un sorriso o di un saluto un impiegato della berry’s, mai.
Trascorsero alcuni mesi in cui i clienti venivano a chiedere informazioni sui mutui e poi prontamente sparivano. Io continuavo al mattino a portar fuori luna e a osservare il nemico, finchè un giorno me lo trovai proprio a fianco, bicicletta alla mano, all’attraversamento pedonale davanti ala panetteria; la vetrina blu della berry’s era proprio lì di fronte, dall’altra parte del corso. Il quattro stava arrivando a tutta birra dalla rotonda – nessun mezzo rallenta alle rotonde del corso, neanche i bus. In quel momento un fulmine mi attraversò la mente. Diedi uno sguardo furtivo al marciapiede deserto. Una spinta, una piccola impercettibile spinta, nascosta dalla mantella in cui ero avvolta e dal grigiore del mattino invernale. Solo che non era destino…lui stava per perdere l’equilibrio quando… luna vide uscire da sotto un’auto un gatto, non un gatto nero, il solito gatto rosso che stazionava lì tutte le mattine. Dato che Luna era attenta alla difesa del territorio quasi quanto me, e odiava i gatti – quel gatto in particolare - quasi quanto io odiavo Bianchi, fece un balzo per raggiungerlo, dandomi così  uno strattone violento con il guinzaglio. Mi colse di sorpresa, perché ero concentrata sul  tizio che mi trovavo a fianco, e sbilanciata in avanti nelle spintarella…Per farla breve, l’equilibrio lo persi io. E in quel preciso istante passò il quattro.


Il direttore



Tra dieci minuti sarebbe arrivato il nuovo direttore. Laura, la giovane dell’ufficio,  aveva l’abbigliamento giusto per l’occasione.Tailleur grigio, trucco lieve e capelli in ordine. Aspettava in piedi vicino alla porta.  Rosa non era altrettanto elegante; ad impedirglielo erano il cattivo gusto e i cento e passa chili. Aveva fatto comunque uno sforzo, era più femminile del solito: abito a fiorellini e un filo di perle. Stava sistemando la scrivania, buttando fogli, spruzzando detersivo liquido e asciugando con lo scottex, cercando così di allontanare la tensione. Gaetano leggeva il giornale, indifferente a tanta agitazione.
-          Potevi almeno metterti la cravatta, che ti costava?
-          Non me ne importa niente se arriva quello, sai quanti ne ho visti passare di direttori…tutti uguali, ne mandassero uno che capisce qualcosa…
-          Sempre discussioni, sempre le stesse…non potremmo cercare di fare una buona accoglienza…e una buona impressione?
-          Voglio ben vedere se ha qualcosa da dire a me, che dovrei essere in pensione da tre anni!
-          Ma smettila. Vacci in pensione, su, vai, così non siamo più costrette ad ascoltarti…sei ancora qui?
Discussioni di questo genere tra Rosa e Gaetano si ripetevano uguali circa una volta la settimana. Fortunatamente cercavano di parlarsi poco. Già c’era stata il giorno prima un’animata discussione fra i due per l’orario: Rosa aveva insistito per far arrivare puntuale Gaetano, e ce l’aveva fatta , ma per l’abbigliamento non c’era stato nulla da fare.  
Quando Laura vide  la decapotabile bianca parcheggiare sulla piazza davanti all’ufficio del catasto fece zittire i colleghi e, rivolgendosi a Rosa:
-          Hai visto che bella macchina?
-          Macchina da mafioso o da viveur..- intervenne Gaetano.
-          Laura guarda, è pure un bel ragazzo, che tipo fine…
-          Sarà proprio lui? E’ così giovane…
-          E’ anche elegante…
Gaetano tornò a  dar segno di vita:
-          Giovane e bello, se lo dite voi…ma capelli ne ha meno di me.
-          Ma sono di moda i capelli rasati per i giovani, che ne capisci tu…
Il nuovo direttore entrò sorridente, salutò giovialmente, dimostrando di conoscere già i nomi di tutti, cosa che impressionò favorevolmente le signore.
Cominciò poi ad arrivare il pubblico per le solite pratiche: visure, copie di mappe e di atti.
Le pratiche dell’ufficio del catasto erano alquanto noiose, ma il nuovo direttore portò in breve tempo una ventata di allegria e giovialità fra il personale – con la sola eccezione di Gaetano – e fra il pubblico. Si intratteneva volentieri a chiacchierare con colleghi e utenti. Gli piaceva parlare, e questo piaceva alla gente.  Parlava di tutto, ma in particolare di case (argomento vicino all’attività dei geometri che si rivolgevano all’ufficio) e  di auto (altro oggetto di conversazione sempre gradito dai frequentatori, prevalentemente uomini). La gente si divertiva sentendogli dire:  -Vedrete vedrete che un giorno mi faccio una ferrari….  
La passione per le auto andava contagiando tutti. Persino il geometra (nessuno ricordava il suo nome, tutti lo chiamavano così) alla veneranda età di settantanove anni decise di rinnovare la patente e di acquistare una nuova auto, una stupenda …
Il direttore cercava di attaccare bottone con Gaetano, il quale però non  voleva saperne di concedersi. Ripeteva – un po’ per urtare il proprio capo e un po’ perché ne era davvero convinto -  che non c’era macchina migliore della sua twingo (una twingo – orrore – di colore bordeaux).
Anche il lavoro trasse beneficio da questo nuovo clima. Rosa e Laura, pur indugiando ogni tanto in chiacchiere futili fra loro e con il capo, sbrigavano velocemente le loro pratiche. Lui le invitava a volte a far colazione – comportamento inisuale per un funzionario del loro ambiente: Rosa accettava di buon grado mentre Laura rifiutava con una scusa, arrossendo. Rosa ben comprendeva il motivo del rossore.
Un giorno il direttore passò dall’ufficio con una bella ragazza, che presentò a tutti come la fidanzata. Laura si rabbuiò. Ma la cosa per fortuna durò poco: l’impiegato della banca che si recava lì tutti i giorni per le visure trovò finalmente un pretesto per parlarle:
- Come mai è così triste signorina, è successo qualcosa, non sta bene? Posso invitarla a prendere un caffè? - Lei questa volta accettò, e così pure nei giorni seguenti.
Il clima nell’ambiente di lavoro era sereno come non era mai stato. L’unico escluso da questo idillio era Gaetano, sempre curvo sui suoi tabulati, disposto a rispondere al direttore al più con un grugnito.
Col tempo qualcosa cambiò. Il direttore cominciò ad essere meno partecipe alla vita dell’ufficio. Cominciò a tenere la porta chiusa. Presero a verificarsi eventi inconsueti che preoccupavano Laura e soprattutto Rosa. Arrivavano tramite corriere dei pacchi, a volte di grandi dimensione, che venivano depositati nell’ufficio del capo. Le due colleghe misero da parte la privacy per motivi di forza maggiore:  esaminarono e tastarono con attenzione gli involucri, pur senza capire.
-          Sa solo lui che casini combina… -  disse  Gaetano, non perdendo occasione  per criticare.
In seguito il direttore si estraniò sempre più, in quanto si dedicò ad una ristrutturazione predisposta dalla sede contrale, con modifiche anche importanti della struttura. Coordinava gli interventi e seguiva i lavori. Ovviamente Gaetano trovava da ridire anche su questo:
-          Una porta di sicurezza larga cinque metri vuole fare…ci deve far passare la Torino Savona? Ma robe da matti!
Quando poi il direttore decise di ampliare il proprio ufficio, allargandosi in quello limitrofo, che era – caso vuole – quello di Gaetano, le reazioni verbali di quest’ultimo furono violente; seguirono due settimane di malattia da parte del collega.
Un nuovo problema si ebbe quando arrivò la tanto temuta circolare ministeriale che annunciava la chiusura dell’ufficio locale: uno sportello di tre persone in un paese così piccolo non aveva motivo di essere. E tutti temevano per la propria sorte, facevano ipotesi delle più tragiche sul proprio trasferimento. Persino Gaetano sembrava uscito dall’abituale apatia…Ma il direttore era del tutto assente. Nessun commento. Continuava a restarsene chiuso nel suo ufficio.
I lavori procedevano bene, l’ufficio lavorava comunque, ma lui non stava mai con i colleghi. La sera poi non usciva ormai più con loro per il solito caffè, si fermava fino a tardi. E quegli strani rumori provenienti dalla direzione che si sentivano ogni tanto, rumori di oggetti pesanti che cadeva voglio vedere  se ha qualcosa da dire no, rumori metallici…cos’erano?
Una cosa preoccupava Rosa in particolare: il direttore non faceva mai entrare nessuno in ufficio. E chiudeva la porta a chiave quando se ne andava. Non era tranquilla. Cosa nascondeva? Qualche pratica riservata? Qualche contestazione o un errore? Una qualche situazione di pericolo?Avevano sempre condiviso i problemi, Laura volenterosa e lei esperta l’avrebbero aiutato…Com’era possibile, non si fidava più di loro? Comunque voleva sapere.
Così una sera si trattenne oltre l’orario, lasciò uscire Laura e Gaetano dicendo che avrebbe messo via dei documenti. Per non insospettirli si lamentò del fatto che toccava sempre a lei quella sgradita incombenza. E rimase  nascosta in archivio, con l’orecchio teso…Per ore lui non uscì dall’uffico. Alle sette era ancora lì. Si fece coraggio: sarebbe andata a fondo, avrebbe fatto luce in quel mistero. Si avvicinò piano all’ufficio, girò con cautela la maniglia. Inaspettatamente la porta si aprì subito, non era chiusa a chiave.  
Un lungo - Oooooooo.
Non poteva credere ai suoi occhi.
Splendente elegante sensuale imponente…
Una ferrari rosso fiammante, col suo bravo cavallino ben in visto sul cofano. Il parafanghi davanti premeva contro lo schedario, quello dietro contro il muro in cui si doveva aprire a giorni la nuova uscita di emergenza; la scrivania era stata spinta da una parte., ed era ingombra di ferri.
-          Una ferrari…ma è stupenda! – E le venivano le lacrime agli occhi - Rosa si commuoveva facilmente - di fronte al realizzarsi di quel sogno impossibile.
Era davvero una ferrari costretta in quello spazio angusto, angusto anche dopo l’ampliamento ai danni di Gaetano. Rosa finalmente capì cos’era successo. Pensò che avrebbe potuto prevederlo. Tutti quei pacchi recapitati per corriere, i rumori metallici… Ora era tutto chiaro.
- L’avevi detto: mi faccio una ferrari…
Poi parlarono d’altro, Rosa non voleva essere  invadente, difetto che le veniva spesso attribuito.
Nelle settimane successive il direttore inaugurò la ferrari portando Rosa, orgogliosissima, a fare un giro per la città. Accompagnò anche Laura al matrimonio, due mesi dopo. 
E Gaetano? Gaetano non ne volle sapere di mettere il sedere sulla ferrari, non si fidava del meccanico – che se un direttore non sa fare niente figuriamoci se sa montare una ferrari - , ma sembrava che in questo modo volesse restare fedele alla parte che recitava da sempre. Tuttavia il giorno del matrimonio di Laura si piazzò davanti all’auto, a cofano aperto, e rimase più di un’ora ad osservare le meraviglie di quegli ingranaggi.

L’ufficio chiuse qualche mese dopo: Laura fu trasferita nella città vicina, mentre Gaetano e Rosa andarono in pensione. Continuarono a vedersi tutti i giorni al parco, dove si recavano per portare a spasso il cane – lei – e per acquistare il quotidiano –lui. Gaetano abitava dall’altra parte della città, e aveva un’edicola sottocasa, ma non poteva fare a meno dei consueti battibecchi.
E il direttore? Si licenziò e se ne andò in circostanze misteriose, tra la preoccupazione dei colleghi.
Solo due mesi  dopo ebbero finalmente sue notizie: arrivò a Rosa una rassicurante mail da Maranello.   

La caccia al tesoro



La ragazza se ne stava a letto tra sonno e veglia, delirante. Un girotondo di immagini e suoni la stordiva. Aspettava che succedesse qualcosa, che qualcuno venisse a salvarla. Invece non venne nessuno, se non alcuni parenti dall’espressione affranta, forse convinti di partecipare a un funerale. A un cento punto sentì dei passi per le scale, si alzò e trovò la porta d’ingresso spalancata. Se n’erano andati tutti, senza chiudere la porta? Si convinse ingiustamente che questo dovesse far parte del delirio.
Attendeva un segno. Sentì finalmente il suono insistente di un clacson in strada, e pensò che era lui (lui chi?) che la aspettava.
La caccia al tesoro cominciò.  
Si buttò giù dal letto e si vestì in un attimo, indossando abiti nuovi, acquistati appositamente per quell’occasione: una gonna nera corta a fiorellini giallo e arancio che scopriva gambe lunghe e abbronzate, una maglia gialla - una tinta pastello -, una giacca anch’essa giallina. Stava proprio bene vestita così. Solo non fece caso ai cartellini coi prezzi ancora attaccati, cosa che le avrebbe fatto notare la vicina poco dopo, per le scale. 
Scese in strada aspettando di trovare un’auto ad attenderla, cercò con lo sguardo una macchina in seconda fila. Alzò le spalle, stupita ma non indispettita. Era un gioco. Sapeva di dover stare al gioco. E il gioco era fatto di regole che qualcun altro aveva disposto, e che lei neppure conosceva.
Doveva cercare. Cercare la via, cercare gli indizi, essere attenta ai segnali. Le indicazioni erano imprevedibili, e doveva essere pronta a percepirle, osservando e ascoltando con mente aperta, senza idee preconcette.
Il colore giallo. Ecco, quello doveva essere il segnale. Era il suo colore. E si avviò decisa verso un’auto gialla, ma non trovò nessuno alla guida. Si guardò intorno perplessa. Ecco un altro oggetto giallo: un cassonetto dei rifiuti. Guardò tutt’intorno al contenitore, niente che le indicasse la via. Con encomiabile perseveranza procedette, aprendo il coperchio del cassonetto: non vide nient’altro che quotidiani stropicciati e cartoni. C’era qualcosa che non andava. Non era quello il segnale.
Non si scoraggiò. Si guardò nuovamente intorno, e alzando gli occhi trovò finalmente: sulla facciata della sua casa c’era una grande bandiera italiana esposta, si trovava proprio sotto la finestra del suo soggiorno. Chi poteva averla messa lì per lei? E in alto tante file di bandierine tricolori attraversavano la strada.
- E’ evidente, questo è il segnale!
 Seguì i festoni – ce n’era uno all’incirca ogni 10 metri – e camminò per la città con lo sguardo sempre rivolto in alto, alle bandierine. Entrò nel centro storico, seguendo sempre i segnali, fino a che, ad un bivio, vide bandierine sia a destra che a sinistra. Bandierine in tutte le vie. Si fermò un attimo a riflettere; quell’ostacolo doveva avere un significato, era una prova. Ma non riuscì ad afferrarne il senso. Prese una via a caso.
Le bandierine la portarono davanti alla chiesa. Pensò che avrebbe dovuto parlare col prete, ma le dissero che non c’era. Evidentemente non era lui che poteva aiutarla.  Non era più così sicura di trovare qualcosa o qualcuno. Ma proseguì comunque per la sua strada, come se ci fosse un compito da svolgere fino in fondo.
Continuando a seguire le bandierine arrivò ad un portone aperto, ed entrò in un grande cortile  deserto. Rivolse la sua attenzione al casermone abbandonato che circondava il cortile: entrò in un lungo angusto corridoio e visitò una serie di stanzette fatiscenti.  Giunta in fondo fu costretta a ritornare indietro.
Tornò in cortile. Sentì ridere. Qualcuno c’era nel casamento. E voltandosi vide degli uomini affacciarsi da una finestra in alto. La guardavano e ridevano.  Pensò potessero essere loro…ma sembravano solo ridere di lei.
No, non erano loro. Non c’era nessuno, niente e nessuno. Seguì ancora le bandierine, ma ormai in modo automatico, senza aspettarsi più nulla. Si ritrovò sulla via di casa. Con le lacrime agli occhi.
La caccia al tesoro era finita.  
Nei giorni successivi avrebbe saputo che la città era stata decorata con le bandierine in occasione di un raduno degli alpini

Biancaneve e il giardino incantato


 
Biancaneve avanzava cauta, strisciando lungo le mura del castello. Era avvolta in un mantello nero, appartenuto sicuramente ad un adulto, pesante e lungo fino a terra. Il cappuccio era tirato su a coprire il viso: si vedevano solo due grandi occhi verdi spauriti. Con lei la fida Luna, cagnolina nera con le zampette bianche, compagna di Biancaneve dalla nascita. Non sembrava condividere i suoi timori e avanzava a testa alta, sostenuta e spedita.
Biancaneve faceva di tutto per non farsi notare: ma una bambina così piccola da sola alle sei di mattina, con un mantello che scrisciava nella polvere ed un cane nero… avrebbe dato nell’occhio a chiunque. Per fortuna, vista l’ora, la via era deserta.
Biancaneve continuava a girarsi verso il castello, temendo di vedere un gendarme o una serva affacciarsi, o addirittura la terribile matrigna… Si chiedeva:  - Ma dov’è mai questo giardino incantato? – E finalmente una porticina - un piccolo cancello di ferro lavorato  -  interruppe le mura, e Biancaneve e Luna si infilarono furtive all’interno.
Si fece largo tra le fronde che dagli alberi si chinavano fino a terra. Trovò un varco e avanzò nel grande prato. Il sole di agosto illuminava uno spiazzo verde circondato da alberi. In fondo si intravedeva una villa antica. Si tolse il manto, visto che la giornata era torrida e  ormai non doveva più difendersi dagli sguardi estranei. Mentre si liberava dell’indumento, Luna scappò via, inseguendo un ciuffo bianco che si muoveva a zig zag, velocissimo.
-          Luna, Luna, torna qui. -  Biancaneve la chiamò invano. E intanto pensava: - Chissà quali  pericoli nasconde questo luogo! Dicono che nessun cane sia mai entrato…Si accorse che il ciuffo bianco in fuga era un coniglio… no… il bianconiglio, animaletto antipatico e saputello che sarebbe qualche secolo dopo comparso nella favola di Alice!  – Prese a correre per recuperare l’amata Luna e salvare lei e il coniglio, ma presto li perse di vista..
Mentre attraversava il giardino, incontrò un uomo che  stava caricando degli attrezzi su un carro.
-          Hai visto Luna?
-          Il cane nero? Andava di là, verso la villa.
-          Grazie… ma tu chi sei? Un servo del re?
-          Un servo? – ride l’uomo – no, no, sono un uomo libero. Lavoro per mettere via i tavoli e le sedie che sono serviti per la festa di ieri. Ci sono anche gli strumenti da portare via, poi bisogna finire di pulire…
-          Una festa? Con i valzer, le crinoline? Chissà che noia!
-          No, no. Se vuoi sapere di ieri, prendi quella chitarra lì, vedi…tocca le corde…ecco così.
Biancaneve si sedette sull’erba prese lo strumento sulle gambe, e sfiorò i fili…ne uscì una musica che si sentiva appena, e che  diventò via via più forte, riempendo tutto il parco. Biancaneve non sapeva suonare, ma le note arrivavano proprio da lei. E si sentiva una canzone, ma lei si guardò intorno, non c’era nessun altro oltre al servo…la voce cantava:

Mentre attraversavo London Bridge
un giorno senza sole
vidi una donna pianger d'amore,
piangeva per il suo Geordie.

Impiccheranno Geordie con una corda d'oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.

Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
sellatele il suo pony
cavalcherà fino a Londra stasera
ad implorare per Geordie.
….

Il servo continuava il suo lavoro e sembrava indifferente alla musica, forse non la sentiva:
-          Invece di stare a trastullarti con la mia chitarra, che ne dici di aiutare a caricare le sedie sul carretto? Dai, muoviti!
Perplessa per i modi autorevoli del servo, cominciò ad aiutarlo. Intanto gli parlava:
-          Io sono Biancaneve.
-          Io mi chiamo Libero. Piacere. Scusa, non posso perder tempo, devo sbrigare qui prima delle otto, devo andare in ufficio.
-          Non ti darà fastidio se ti parlo mentre lavori. Però, come sono pesanti queste sedie… non ti chiedi come mai sono qui?
-          Come mai sei qui? – chiese Libero, sbuffando.
-          Allora, sono fuggita dal castello. Dimmi, non trovi buffo che una principessina fugga da un castello?
-          Buffo, certo, bambina petulante.  Ci sono anche quelle casse là in fondo, vai, su…
-          E, dicevo, sono fuggita, perché ero stanca della matrigna cattiva, sempre davanti allo specchio a provare nuovi abiti. Mi odia sai, perché pensa che sono più bella di lei, anche se, come vedi, non ho bei vestiti. E le sorellastre, non ti dico... Così sto sempre con la servitù -  a proposito, di te non mi ricordo – e aiuto a pulire, cucinare e a fare il bucato. Anche le serve non le sopporto, se non sono impegnate a lucidare e lavare stanno a spettegolare…
-          Povera Biancaneve…
-          Sì, povera me. Ma non pensare che io sia come mi dipingono nelle favole…Frego i pavimenti e faccio il bucato, ma non mi rassegno. La mia testolina pensa sempre…
-          A cosa?
-          A come fuggire, a dove andare… Ho tentato tante volte di tagliare la corda…
-          E com’è andata? Scusa, intanto scostati che devo prendere gli strumenti.
-          Com’è andata? Mica tanto bene… Sono scappata dalla porta di servizio, in un pomeriggio distratto in cui la regina misurava nuovi vestiti, il re era in riunione con i ministri, le serve ciarlavano… Sono fuggita nel bosco: lì ero ben protetta dagli sguardi dei gendarmi che mi avrebbero presto inseguita.
-          E non avevi paura, bambina?
-          Che dici! Paura io? Beh, poco poco… Era così buio. Si sentiva il verso della civetta, e il lupo ululava…Ma finalmente gli alberi si sono diradati, ho raggiunto uno slargo, e ho visto una luce…
-          La casa dei sette nani?
-          Come lo sai? Sì, era proprio la casa dei sette nani.
-          Salva!
-          Macchè! Ancora pavimenti da lucidare e piatti da lavare…e poi i nani non erano quella gran compagnia, sempre a pensare agli ori e alle pietre preziose che trovavano in miniera…
-          Povera Biancaneve!
-          Sì, povera me!
-          Sì, povera te ma non fermarti. Si sono altre sedie da impilare, forza!
-          Sì sì, ecco qui….Stavo dicendo che stare dai nanetti proprio non mi andava; ero proprio stufa, quando è arrivata la strega. Con la mela fatata. Mi sono addormentata: così mi sono liberata dai nani e dai ventotto piatti da lavare ogni giorno…ma non è finita qui…
-          Ma quanto parli bambina…dai, dimmi, cos’è successo ancora?
-          Me ne stavo a dormire in pace su di un giaciglio nel bosco, quando è arrivato quel tipo… il principe azzurro…
-          E ti ha baciato?
-          No no, calma. Lui voleva…ma io mi sono svegliata e ho visto il suo viso vicinissimo al mio… e ho sentito che aveva un alito cattivo, ma così cattivo… sapeva di aglio… Mi sono buttata giù dal giaciglio e me la sono data a gambe levate!
Il servo rise a crepapelle, e dovette interrompere il suo lavoro  per asciugarsi gli occhi.
-          Non fa ridere per niente. Avessi sentito che fiato! Così sono tornata al castello. Dove tutti erano così affaccendati nelle loro inutili faccende che non si erano neppure accorti della mia sparizione. Ho ritrovato le servette intente a chiacchierare, il  re in riunione con i ministri per decidere sempre le stesse cose, e la regina in riunione con la sarta.
-          Povera biancaneve… - disse il servo, tirando su col naso, e cercando di assumere un’espressione greve.
-          Macchè povera. So il fatto mio. Riprovo. E riproverò finchè troverò la via per la libertà. E infatti sono arrivata sin qui, nel giardino incantato, con la mia amata Luna. A proposito, Luna, Lunetta, dove sei! – chiacchierando si era dimenticata del cane…
-          Entrare nella villa. Passa di lì.
Bianca mollò di colpo lo scatolone che stava trasportando, e si precipitò verso il porticato…
-          Piano, guarda dove metti i piedi, impiastro…
Bianca si era inciampata in uno strumento appoggiato a terra, strumento che lei a aveva già sentito suonare a corte, un’arpa…
-          Che disastro! Chi lo dirà alla musicista?
Bianca aveva infilato un piede proprio in mezzo allo strumento, spezzando alcune corde…
E mentre bianca si scusava, con l’arpa, e carezzava le corde sopravvissute, le note cominciarono ad uscire, dolci  e melodiose: Moon river…

Moon River wider than a mile,
I'm crossing you in style someday.
Oh, dream maker, you heartbreaker,
wherever you're going I'm going your way.

Two drifters off to see the world,
there's such a lot of world to see.
We're after the same rainbows end,
and waiting round the bend,
my huckleberry friend, Moon River, and me.

- Scusa, arpa,sono contenta che tu non te la sia presa, non volevo farti male… - disse Biancaneve accarezzando lo strumento. Poi proseguì nella sua ricerca. Entrò nella villa,  percorse corridoi ornati di quadri antichi, e trovò finalmente Luna seduta di fronte ad un affresco: un castello in mezzo al verde delle colline, e un grosso coniglio bianco in primo piano, che non sembrava entrarci proprio nulla  con lo sfondo. Imprendibile sotto quello strato di vernice. Luna lo guardava con occhi infuocati e ringhiava.
-          Luna, su, andiamo. Tra un po’ si accorgeranno della nostra fuga al castello, non dobbiamo farci prendere. - Luna  non distoglieva lo sguardo dalla preda; non ne voleva proprio sapere di venir via. Allora la bambina tornò fuori, e nell’attesa fece un giro per il parco.   
Trovò un cappello di paglia sfondato, circondato da un nastro di tessuto rosso. Anche se rotto, poteva riparare dal sole. Se lo mise in testa, e cominciò a sentire una musica, diversa da quella di prima, una canzone accompagnata da una chitarra: Todo cambia…
Cambia el mas fino brillante                 
de mano en mano su brillo
cambia el nido el pajarillo
cambia el sentir un amante
Cambia el rumbo el caminante
aunque esto le cause daño
y así como todo cambia
que yo cambie no extraño
Cambia todo cambia…
Cambia todo cambia…
Posò con cura il cappello ai piedi dell’albero. Doveva essere stato di un musicista…
Le piaceva molto la musica del parco incantato, così diversa dai minuetti di corte. Voleva chiedere al servo cos’erano quelle melodie, e chi erano cantanti e strumentisti…ma mentre si avviava verso di lui vide delle foglie che si staccavano dai rami di un enorme ciliegio e si adagiavano ai suoi piedi.
- Sono foglie di poesia!   Guarda, servo, che buffe queste foglie! Sono tutte scritte…Senti qui:


Hai dimenticato i sandali amore

i tuoi sandali di desiderio,

li ha trovati sotto il mio letto

il mio portiere

scopando notte tempo

ha trovato i tuoi sandali;

vieni a prendere i tuoi sandali amore

i sandali di legno di sandalo

i sandali di legno biblico

buttali in testa al Signore

che ci ha diviso il cuore.
Alda Merini.

- Lei è è venuta alla festa?
- Alda Merini? No, non c’è più. Ma se fosse viva, verrebbe.
-          E questo che è caduto dal cesto che cos’è?
-          Un flauto traverso.
Lei soffiò. Niente. Soffiò più forte: una marcia…amarcord…
Quando la musica si spense, e si sentirono passi pesanti nella strada. Bianca si affacciò dalla porticina: arrivavano a passo sostenuto la matrigna, le sorellastre, l’istitutrice, due gendarmi, la bambinaia, due serv ie una guardia ecologica con tanto di retino… e un po’ indietro i sette odiosissimi nani…e si sentiva un rumore strano…gli zoccoli di un cavallo…
-          Aiuto! Arrivano tutti! Che sciocca sono stata! Se questo è un giardino incantato, e tutti gli strumenti  sono magici, il flauto è un flauto magico. Lo prende e lo butta in un cespuglio.
Urlò: Luna, Lunetta, andiamo!
-          Scusa, servo, devo scappare!
-          E dagli con questo servo… non sono un servo…
-          In effetti non hai l’aria del servo. Ma nel mio mondo ci sono solo servi e soldati, e non sembri un soldato.
-          E’ lo stesso, dai. Ci vediamo alla festa? L’anno prossimo ad agosto. Anzi, quando leggi della festa su internet, vieni a dare una mano.
-          Basta che non mi fai lavare altri piatti…   Internet? L’hanno già inventato?
-          Hai voglia! Già da un po’!
-          Allora agosto 1712!
-          Agosto 2012…
-          Che strambo questo servo, si comporta come un uomo libero! Però 2012, chissà come gli è venuto in mente! – disse fra sé e sé la bimba.
-          Che stramba questa bambina. Sembra uscita davvero da una fiaba! 1712, poi, come le è venuto! - Il servo le rivolse uno sguardo interrogativo, poi finì di stipare il materiale sul carro.
Nel frattempo arrivò Luna di corsa, Bianca cercò rapidamente una via di fuga. La  squadra con a capo la matrigna arrivava da sinistra, ma a destra la strada proseguiva, formando un gomito oltre il quale chissà cosa c’era! Si avviò  decisa a destra, pensando che non sapeva cosa avrebbe trovato, ma una via doveva pur portare da qualche parte. Libero si fece sulla porta: - Di qui via libera, vai, veloce…
E prese a correre, e corse sempre più veloce, attraversando la città – Corri forte, scappa, non farti prendere! – era la voce lontana di Libero.  E poi attraversò campi, prati, boschi. E saltava fossi e attraversava ruscelli. E il suo vestito rosa da principessa povera si infangava, e si strappava nei roveti…ma lei correva, senza fiato ma felice, Luna sempre al suo fianco, pure lei senza fiato e felice. Inizialmente si girava indietro per vedere se la matrigna e gli altri la raggiungevano, ma dopo averli visti scivolare nel fango della prima pozzanghera non si voltò più.
Correva correva correva.
E a fianco a lei Luna correva correva correva.
Si fermò un attimo a prendere fiato e si lasciò andare a terra a peso morto… e poi…si  rialzò… e di nuovo a correre…
Correva e rideva, come fanno a volte i bambini, senza motivo. Correva  e non andava in nessun posto. E pensava che aveva scoperto per caso cosa le piaceva fare nella vita. Correre.


Ps: tornerà qui per la festa, nell’agosto 1712…o 2012? Boh.