giovedì 20 aprile 2017

Toccati dal fuoco

La depressione bipolare è un gran casino: passi mesi e anni di torpore, poi una parola o uno sguardo o un gesto ti toccano, ed esplode un fuoco, no, non un fuoco, una cometa. Una cometa che si allarga e illumina sempre più il buio, riempendolo di colori sgargianti, che invadono gli occhi e la mente. 
Ecco, oggi è successo. In una giornata di lavoro grigia, noiosa e improduttiva all’inverosimile, è arrivato in chiusura un cliente, un ragazzo giovane, che ha raccontato di come ha chiuso un’attività, un negozio in centro, con tanti debiti. Gli venivano le lacrime agli occhi. Ecco la scintilla. Un puntino, una piccola cometa, forse se ne va... no. Giallo, verde, azzurro. Riempie tutto il grigio.
Ecco, la testa parte, mentre parli del costo di un conto corrente. So che non posso fare niente per fermarla, la testa. Millecinquecento euro d’affitto per un negozio... Come si può parlare di agevolare le nuove iniziative facendo pagare questi affitti? Eppure un tempo si diceva di remunerare il lavoro e non il patrimonio, ma forse questa è una reminescenza di veterocomunismo dimenticato, è un’interferenza di un’altra cometa.
Allora, siamo concreti: che si fa? 
Andiamo a creare un borgo, tanti borghi, nella periferia. Un negozio di abbigliamento, una pettinatrice, un negozio di bijoux, una cartolibreria, un’estetista... un alimentari, un verduriere, un bar, una gelateria, una pizzeria....
Sembra un centro commerciale, ma è un pezzo di periferia, fatto di prodotti non standardizzati... e di persone. Ci devono essereassolutamente cose belle. Ci devono essere comportamenti e immagini che attraggano la gente. Ci vuole parcheggio-siamoconcreti- e passeggiata e verde e panchine. Ci vuole un logo. Ci vogliono delle promozioni (a turno fra i vari esercizi). Ci vuole un progetto per dare lavoro. Ci vogliono immobili a basso costo. Ci vuole organizzazione e studio di immagine sostenuti e sovvenizonati dal comune o da associazioni di categoria. Ci vogliono esperti di pubblicità e di socializzazione. Un sito internet... Le sinergie consentono l’instaurarsi di un meccanismo virtuoso, in cui il successo di un’iniziativa si propaga alle altre (es: vado ad acquistare abbigliamento, faccio tardi e compro qualcosa per cena...). Potrebbe instaurarsi una collaborazione tra esercenti e eventualmente anche consumatori per migliorare le tecniche di vendita.
Se un ente pubblico dice di voler fare qualcosa per il lavoro, per i giovani, per le piccole imprese potrebbe prendere inziative per la gestione di immobili idonei al commercio al minuto. Magari potrebbe comperare un locale, approntare le modifiche del caso, e affittarlo ad un canone onesto. Gli affitti in periferia costano poco... meno di una tangente... Potrebbe fornire personale specializzato per realizzare il progetto: meglio pagare il lavoro che il patrimonio, forse.
Si mira a ottenere questi risultati: 
più lavoro, per giovani e persone escluse dal mercato del lavoro;
più imprese;
creazione di comunità, di sinergie, estensibii anche ai residenti, ai consumatori;
rivitalizzazione delle periferie e abbellimento della città.
Che bel progetto. Che bel sogno. Che bel mondo...Ahimè, non lo leggerà nessuno...

mercoledì 1 marzo 2017

Una vita come una raccolta di bollini

Una raccolta di bollini: così mi sembra la mia vita oggi. E la vita di tanti altri, che forse non lo sanno. E non sanno quanto sono importanti le raccolte di bollini.
Faccio la spesa all’esselunga. L’esselunga non mi piace, ha corridoi troppo lunghi, prende un sacco di tempo, c’è troppa gente, troppa gente che conosco. Assai meglio l’unes vicino a casa, in dieci minuti  prendi  cibo x cani frutta pizze surgelate, tutto insomma. Ma c’è una differenza significativa: all’esselunga c’è la raccolta punti, e all’unes no. Ora  spengo il pc e guardo sul catalogo che regalo posso prendere, ora che  ho superato forse  i 3500 punti. Io non ho mai punti per regali importanti, compro poco, ma ieri è stato un giorno fortunato: il tipo che era alla cassa prima di me aveva dimenticato a casa la tessera, e non poteva usufruire degli sconti… era dispiaciuto. E la cassiera ha detto: magari qualcuno gentilmente gliela presta. Certo, c’ero io. Mica per generosità. 115 punti mi ha reso quel tipo distratto! Aveva un carrello stracolmo…
Ho ricevuto alcuni segnali… che mi hanno fatto pensare che la vita è tutta così, intendo tutta una raccolta punti. Famiglia, amori,  lavoro… Per ogni cosa che dai, un bollino. Ma devi dare sempre di più, e volere sempre piùbollini-
Una volta non sono arrivata a ritirare il mio regalo perché la raccolta era finita. Scaduta. Che delusione!

Controllando bene i punti ora non sono 3500, sono solo 3499.  Manca sempre un bollino. Pazienza, butto a terra il catalogo dell’esselunga, e mi rannicchio al caldo sotto le coperte, e mi guardo un altro telefilm di quelli in cui muore un sacco di gente senza riempirti di ansia. Ok, anche per oggi niente premio, e forse il tempo è scaduto anche questa volta, non so bene. Magari è scaduto anche per tutto il resto, la vita intendo... Pazienza, il telefilm non è poi male. 

lunedì 6 febbraio 2017

Le parole dell'infanzia

La prima parola che mi viene in mente è “devi”. Era un dover fare delle cose materiali, il mantenere un comportamento consono alle situazioni, e anche un imperativo morale. Mia madre diceva devi...
Era normale così, era il preludio di una vita etica e conforme alle regole, ma un po’ triste come triste era lei, mia madre.
Continuo a dire devo, devi... anche se mi controllo e non lo dico e lo penso solo, o magari dico dovresti... ma ce l’ho nella testa con un meccanismo così automatico che non me ne rendo conto.
Non so se questo devi è bene o male, è e basta. Mica sempre obbedivo e obbedisco a quest’imperativo, ma la ribellione è come il dovere una lesione della libertà. Credo di non aver superato tutto questo, intendo questo binomio obbedienza – ribellione. Stranamente non l’ho trasmesso a mia figlia.
Non riesco a ricoradare altre parole della mia infanzia e nessuno me le può ricordare. Ricordo però alcune esprossioni di mia figlia piccolissima. Ricordo di quando voleva lavare i piatti e io cercavo di dissuaderla, dicendo “sei piccola, è troppo difficile” (aveva meno di due anni); lei, in piedisu di una sedia di fronte al lavello) rispondeva contrariata “io voglio fare le cose difficili!”. E queste parole mi sono rimaste impresse, come qualcosa di enormemente profondo. E ricordo di quella volta che al mare mentre mangiava uno jogurt ha osservato: perche tu dici che lo jogurt è buono e la zia dice che fa schifo? - Le due fonti erano ambedue attendibili... Quante verità sul mondo in uno jogurt! Verità assolute e relative... Non so se possano esserci separazioni nette tra le parole che ricordo: mia figlia dice non ha potuto sottrarsi alla scomoda eredità, che anche lei si tira dietro molti “devi”. E’ vero anche che io ho la mia dose di piatti da lavare e jogurt.
Scusate, ora devo andare, devo dar da mangiare al cane e ai gatti. Devo proprio...

giovedì 27 ottobre 2016

Alice e il mostro



Alice non aveva mai saputo cosa fosse la paura. Era una fanciulla molto coraggiosa: spesso andava a trovare clienti che vivevano lontano dal villaggio e si dilungava in chiacchiere fino a sera; tornava col buio, percorrendo sentieri impervi e solitari, attraversando boschi popolati da animali di ogni genere. Mentre camminava sulla via del ritorno aveva la mente presa da botteghe da avviare e giovani squattrinati da far sposare, e da castelli cadenti da rimettere insieme. Non aveva paura, non aveva tempo per la paura...
Finchè una sera la paura arrivò. Scendeva dalla collina ripassando mentalmente gli impegni del giorno dopo, quando vide una sagoma  nera dietro un cespuglio e sentì un sibilo, come un soffio di vento. Proseguì spavalda, dicendo tra sé che non era nulla, tornando al pensiero del castello da ristrutturare: bisognava controllare i preventivi e chiamare il perito... Ma il cuore batteva più forte.
Era l’imbrunire, non poteva trattarsi di un’ombra... non poteva essere un orso o un lupo, la macchia nera era enorme. Avanzò cauta, e l’ombra scomparve.
Alice pensò che forse si sbagliava – eppure non si sbagliava quasi mai – e tornò al pensiero dei risparmi dell’oste  da amministrare, e del libretto per il bimbo del verduriere. Forse pensava troppo, e la mente stanca credeva di vedere... inventava...
Ritrovò l’ombra nera altre volte e nei luoghi più diversi e inaspettati. Si disse: io non ho paura. E lo ripetè più volte. E così si accorse  di aver paura.
La sensazione era per lei cosa nuova. Intanto non sapeva di chi o cosa aveva paura. Che poteva succederle? Il mostro poteva imprigionarla, come Barbablu, e poi ucciderla. Poteva portarla nella sua dimora come serva. Poteva mangiarla. Ma com’era fatto? In verità non l’aveva neppur visto. Poteva trattarsi di un orco enorme dalla pelle verdastra e squamosa, di una strega cenciosa, con naso adunco e denti gialli, o di un drago che sputa fiamme... Il mostro non le aveva - ancora -  fatto nulla, salvo attenderla appostato dietro case o alberi. Ma era proprio l’attesa di quel che l’aspettava a toglierle il passo saltellante, il sorriso, la chiacchiera allegra e impertinente, la vivace curiosità. Se ne stava al suo tavolo di lavoro,  appoggiata a un libro contabile, con espressione buia e annoiata. I clienti si affacciavano al negozio, e vedendola così triste se ne andavano, ritenendo opportuno lasciarla sola, rimandando lamentele su pos malfunzionanti, estratti conto in ritardo e sinistri da denunciare - tutto ciò poteva attendere -. Erano  comunque preoccupati, non era mai successo di vedere Alice malinconica. Alice era sempre Alice, col bel e brutto tempo, con la crisi dei mercati e con i provvedimenti avversi del sovrani. Cosa poteva provocare un simile cedimento? Era malata?  E se fosse semplicemente innamorata? Un amore non ricambiato?
Un mattino la lattaia, prima cliente del mattino, trovò la porta chiusa, e neppure un cartello!
Malata, possibile? Non era mai successo. Tutti in paese erano preoccupati. Il fornaio prese a portarle panini con forme buffe per farla ridere ogni mattina, il fiorista una rosa, il bottegaio i frutti più dolci... Dopo sette lunghi giorni si alzò, prese la sua valigetta e, come niente fosse,  si avviò al lavoro, sotto lo sguardo stupito dei bottegai del paese.
Mentre si dirigeva alla fattoria – il fattore voleva comprare un cavallo per i lavori nei campi, e gli serviva un prestito – passò davanti alla caverna. E non resistette alla tentazione di gettare uno sguardo...
L’ombra era lì ad aspettarla.
-          Chi sei? Io sono Alice
-          Aliceeee...
-          Ti prendi gioco di me. Io sono Alice. Vuoi dire che tu sei una parte di me?
-          Tu sei una parte di meeee.    
-          Ma io non ho paura di nulla.
L’ombra fece sventorare braccia nodose e rinsecchite,che terminavano in dita artigliate
Alice cacciò un urlo.
-          Allora, non hai paura?
Dall’ombra emergeva ora un viso rugoso e scavato, con occhi tristissimi e capelli ispidi. Lo squadrò meglio: il corpo era magro e contorto, senza abiti.
Arretrò qualche passo, poi diede fondo alle proprie risorse.
-          Ma tu scusa, dove vivi, in questa caverna? Non ti offendere, è messa assai male.
-          Trovi? Nessuno me l’ha mai detto.
-          Certo. E’ umida e sporca, devi farci qualche lavoro. E poi magari renderla un po’ carina con dei mobili. Va’ dal falegname, giù in paese... Potrei farti un piccolo prestito. Tu lavori?
-          Io?
-          Beh, qualcosa devi pur fare nella vita, ma cosa? Ora che ci penso... e’ arrivato il circo: potresti fare uno spettacolo di paura. Ti ci vedo bene. Ti pagherebbero.
-          La gente avrebbe paura di me?
-          Certo. Tremerebbe e riderebbe.
-          Poi dovresti cominciare a prenderti cura della tua salute, scusa se mi permetto. Hai un colorito! Hai la mutua? No? Allora ti faccio una bella assicurazione malattia, poi magari anche quella sugli infortuni, ci vuole se vai a lavorare al circo, e poi la rc personale, capitasse di far male a qualcuno. Un mostro non può non avere una rc! Spero quadagnerai bene al circo. Ma la paura serve anche in altri ambienti dove ci sono tante persone, il lavoro non ti mancherà. La paura serve.
-          Oh! La paura serve?
-          Vedrai che non avrai problemi a pagare i premi delle assicurazioni e le rate del prestito.
Scusa, scostati un attimo. Questa caverna è proprio un disastro: infiltrazioni di acqua e massi che si staccano... ci vuole assolutamente l’assicurazione sulla caverna.
Cosa dici? La carta di credito. Non se ne parla. Sinora non ti sei comportato così bene, sempre in giro a spaventare la gente. Al limite un bancomat. Hai l’adsl nella caverna? Ok, ti preparo i codici per lavorare su internet. Così eviti di venire in negozio, mi spaventeresti tutti i clienti. 
Poi penseremo a mettere da parte qualcosa, risparmi sì, perchè mica puoi far paura al mondo per  tanto tempo, e se poi il circo ti caccia  come paghi i miei prestiti e le mie polizze? Mi chiedi perchè la paura finirà? La gente si abitua alla paura e anche ai mostri, poi i mostri sono roba da tempi di crisi, con la ripresa non vanno più. Dimenticavo: fondo pensione? Come immaginavo, non sai neppure cos’è. Che disastro! Quanto lavoro!
Si allontanò borbottando... Prestito, assicurazione sulla casa, poi asscicurazioni salute famiglia infortuni. Un piccolo piano di risparmio. Fondo pensione, certamente. Assicurazione auto, no,  l’auto non ce l’ha, peccato... Bisognava dire una parola buona al padrone del circo, chissà se l’avrebbe preso... doveva prenderlo, altrimenti tutte queste polizze e prestiti e piani di risparmio chi li pagava? Non aveva forse calcato troppo la mano con le vendite?
-          Un mutuo! Certo, ora che hai un lavoro ti ci vuole una casa, una famiglia  e una vita regolare... Cos’è questo sibilo... una casa, una famiglia, ti tocca...

Se ne andò camminando ben ritta, con andatura decisa, lasciando dietro di sè l’ombra scura. Se ne tornava a casa soddisfatta per ever fatto anche oggi un buon lavoro.
Ora che la luna illuminava la radura si vedeva chiaramente alle sue spalle  un albero rinsecchito e contorto, scosso dal vento, i cui rami sembravano davvero braccia  levate al cielo.
E il mostro, e l’ombra? Quale mostro, quale ombra? Non c’erano, non c’erano mai stati. O forse erano nella mente di Alice. Il buio, il vento e l’eco nella caverna avevano fatto il resto.
Ma per fortuna, trovando tutte le soluzioni ai problemi della vita del mostro - il mostro che non c’era - la paura era svanita.

Unico essere vivente ad essistere alla scena fu uno scoiattolo,  allibito alla  vista  della fanciulla che parlava da sola: prima timida e tremante, poi amorevole e dedita a buoni consigli, infine  ardita e financo un po’ prepotente, come chi sa cosa è bene per gli altri e decide per il loro avvenire.  
Corse veloce nella sua tana, prima che Alice si fosse guardata alla spalle nuovamente, per importunarlo con un’assicurazione o con un mutuo. Non sapeva cos’erano, ma non ne sentiva affatto la mancanza, e dalle follie degli uomini preferiva stare alla larga.


venerdì 21 ottobre 2016

Diversi

Uscivano ogni mattina con la tavoletta da surf. Rientravano per le 12.
Oggi c’è stato un temporale improvviso. Sono rientrati tutti, tranne uno.
Il tempo è cambiato repentinamente, nessuno si senta in colpa.

Il ragazzo stava sulla poltrona di finta pelle e mangiava patatine bevendo coca cola. Glieli aveva portati lo zio della ragazza insistendo per comprargli altro. Ma lui voleva solo patatine, era una vita che non ne mangiava. Una mano unta pescava nel sacchetto, e l’altra stringeva la mano della ragazzina .
Sapeva perchè questo gesto la rassicurava. Conosceva bene la paura per le onde alte. Lui le parlava e la consolava e la tranquillizzava. In verità non le parlava, no, pensava, ma sapeva che lei lo sentiva. E infatti migliorava di ora in ora. E infatti i medici e i genitori di lei lo lasciavano stare lì, anche se non si poteva, perchè sentivano che lei stava meglio. 
L’aveva salvata. L’aveva trovata sulla spiaggia e si era messo a urlare. Le aveva girato il viso da una parte, come aveva visto fare mille volte. Nient’altro. 
Lui non aveva voglia di tornare al centro di accoglienza, gli andava di aiutare una come lui, la ragazzina bionda vittima del mare, e di mangiare patatine.

mercoledì 7 settembre 2016

Api

L’ape regina si svegliò dal brutto sogno, col respiro ansimante, le ali tremolanti e il cuore in gola. Aprì  gli occhi con cautela, e quando  vide che l’alveare era lì, pulito e ordinato come sempre, si tranquillizzò un po’.
Il sogno era finito. Si tornava alla vita di tutti i giorni. Ma mentre si sollevava per stirarsi le ali rivedeva le immagini inquietanti di insetti che volavano via dall’alveare, in un gran bisbigliare e parlottare. Frasi sconnesse arrivavano a lei: non è più di moda il miele, non piace più, l’ho sentito dire da un sacco di insetti... ilmio mele è amaro, possibile?...  non serve il mio lavoro, non serve a nulla il miele: basta una barbabietola al posto di un’ape... non trovo fiori, cambiano le stagioni... le mie ali sono deboli, non mi reggono più... non ricordo, dio mio, non ricordo come si fa il miele... sono sola, sempre lavorare, sola... non è più  buono come una volta... perchè a nessuno interessa più del volo, del cielo, del sole, dei fiori... api inutili... so come fare, ma le ali non vanno, prendo lo slancio e cadogiù... il mondo può fare a meno di me... non voglio essere solo utile, voglio essere bella, la bellezza del volo, si sa, nessuno l’apprezza più... sono malata, mi fa male la schiena e non riesco a volare... le margherite mi fanno starnutire, sarò allergica...
Nel sogno le api tristi e malate se ne andavano, abbandonando il loro dolce mondo. E la regina nel sogno non capiva cosa causasse l’abbandono. Certo, aveva avuto molti problemi con loro: il miele era poco, troppo poco, e non aveva il profumo di una volta! Le sue operaie dovevano fare solo quello, il miele! Chissà perchè, non ci riuscivano più, nonostante  minacce, pressioni e derisioni. Perchè, perchè, non si sa. Sciocche, fannullone, basta  che una si lamenti e tutte dietro...
Mentre era assorta in questi pensieri, cominciò a sentire dei rumori. Ecco, tornano!..
Arrivarono invece le formiche, in cerca di una casa.  Grande e ospitale! Tutta per loro. Gli sgraziati animaletti.accomunati alle api solo dal senso di comunità, occuparono in un battibaleno le stanze e i corridoi e  le cellette. Portavano con sè grano, erba ammuffita,  terriccio e sterco, che andavano stipando nelle cellette.
Che fate? Cos’è quella robaccia? Lì ci mettiamo il miele! E  quelle stanzette sono per le api, torneranno!
Scrollando  le spalle la regina delle formiche rispose: a noi serve metter via grano e erba per  l’inverno... Del miele non sappiamo che farcene. E il mondo in generale non sa che farsene: c’è lo zucchero... E non serve spazio per le api, non torneranno. Le ho viste non distanti da qui, nel  roseto, che giocavano e danzavano e ridevano in compagnia di libellule, farfalle, lucciole, grilli: una gran festa fatta di luci, musica, canti, colori... quanta bellezza... Sembrava che ridessero le tue api: ma ridono le api? Come vorremmo essere anche noi aggraziate, e volare, e danzare nell’aria insieme a tante creature belle... L’idea delle sue operaie che cantavano e ballavano diede il colpo di grazia all’ape regina.
Vedeva ora tutto nero intorno... era forse la tremenda arrabbiatura, o tutte quelle formiche che riempivano e annerivano ogni piccolo spazio nell’alveare.

Al risveglio...  un bel sospiro di sollievo. Chiamò le api, le chiamò ripetutamente, ma tardavano ad arrivare.  Dove siete... su, venite, non sono più arrabbiata con voi, anche se il miele è poco, e voi, come api continuate a non valere molto... Attendeva sola, in silenzio, ma uno strano solletico turbò tanta serenità. Un pizzicorio....sì, un formicolio... su per la schiena... 

venerdì 29 luglio 2016

L'epidemia

 Questa è la storia dell’epidemia che cambiò gli uomini, il mondo, la storia. Paragonabile per entità  delle perdite e distruzione di una società solo alla peste del 1630.
All’inizio la sua potenza devastante su sottovalutata, per questo forse i suoi effetti furono così devastanti. Cominciò amanifestarsi e a diffondersi in modo silente e subdolo: la gente iniziò a parlare meno. Sembra un fenomeno banale, può capitare che qualcuno resti in silenzio per qualche ora, o magari anche per qualche  giorno, ma successe un giorno che qualcuno se ne accorse e si preoccupò per il comportamento anomalo del figlio, del genitore o del vicino di casa. E non solo si parlava meno, ma si parlava con voce diversa. Un tono di voce basso, pacato. Erano scomparsi i toni corrispondenti all’ira, alla rabbia, alla prepotenza. Ed era come trapelasse... gentilezza. Certo, la gentilezza non poteva essere considerata un sintomo preoccupante, e non era un male assoluto, ma ci sarebbe molto da argomentare sulle innumerevoli conseguenze della sua diffusione. Intanto si videro cambiare le personalità, i profili, il carattere. I malati non erano più loro, erano corpi svuotati della propria emotività: altri.  Poi era impossibile far conto sulle altrui  risposte e reazioni: la prevedibilità delle risposte è alla base di una pacifica e regolare convivenza. Prevedibilità uguale regole. E su queste regole era fondato lo stato, con tutti i buoni valori di una società civile.
Dopo i primi segnali di preoccupazione nelle famiglie vennero i primi segnali pubblici di allarme:  sulla carta stampata comparveroleprime interviste senza scandali e senza colpe, senza toni arroganti o disperati... I giornalisti non sapevano più che scrivere, scoppiavano in lacrime a metà di un’intervista, rimanevano sempre più spesso a casa in malattia: tanto che si pensò ad un contagio, ma i sintomi non c’entravano per nulla.
Torniamo alla descrizione della malattia. Si pensò inizialmente a sintomi fisici – cuore circolazione  pressione – e si ricorse a antibiotici, chemioterapici e cure omeopatiche. Poi si passò a cercare cause neurologiche. Da più parti fu invocato anche un supporto psicologico. E intanto intorno la società si disgregava. Cadde silenziosamente  il governo. La gente non urlava mai, ma pacatamente parlava. 

Se ne andarono  in tanti, forse più che nel 1630. Vi chiemerete come sono morti. Non si muore di gentilezza e di cultura. Non si muore a bassa voce. Infatti nessuno li vide morire. Furono deportati. Caricati sui camion di notte e portati via, per essere curati forse in qualche luogo lontano. Non se n’è saputo più nulla. Non appena si rimetteranno, torneranno qui, alle loro famiglie, al loro lavoro, ai loro tanti interessi. Così hanno detto le autorità sanitarie.
A seguito di questi fatti il virus si indebolì. Un giorno un automobilista si mise a insultare un  altro automobilista, un uomo in coda alle poste manifestò con modi scortesi il proprio scontento per la lunga attesa, e intanto una madre trascinava un bambino urltante in direzione della scuola, senza prestare attenzione alle lamentele del piccolo, e in televisione gli ospiti si scontravano sugli argomenti più disparati. L’epidemia di apalia era finita. La popolazione era guarita.


Questa è solo una bozza, non granchè...